Guardando indietro la mia vita ho la sensazione che sia stata una perdita continua. Di persone, di affetti. Persone che mi hanno lasciato perché sono morte o semplicemente andate via, lontano da me.

E’ iniziato quando avevo 9 anni, il mio primo amichetto al di fuori dalla famiglia, che non fosse un fratello o un cugino. Ero al mare ospite da due anziani amici/parenti di mia nonna, e nella palazzina dove vivevano arrivò un ragazzino della mia età, Franco. Unici bambini abbiamo fatto subito amicizia, ci davamo appuntamento in giardino – di quei bei giardini di una volta, tutto vialetti di ghiaia e aiuole curate – nel quale c’era anche una grande cisterna per raccogliere l’acqua piovana, utile in una zona (la Liguria) dove spesso l’acqua scarseggiava. Noi due grandi arrampicatori di alberi riuscivamo in qualche modo ad arrivare in cima a questa cisterna, dove restavamo seduti per ore, le gambe penzoloni, a raccontarci la vita. Lunghe chiacchierate, sogni, idee, storie che riempivano quelle lunghe ore di inattività, interrotte solo dal richiamo dei parenti per il pranzo o la cena.
Al rientro nelle rispettive case di origine, iniziammo a scriverci lettere, per mantenere il contatto con la promessa di rivederci l’estate dopo. Cosa che non avvenne, Franco era malato di cuore e dovette sottoporsi ad un intervento, che purtoppo non superò.

Nello stesso periodo morì anche mia nonna, la mia adorata e unica nonna. Aveva vissuto alcuni tempi con noi, con quattro figlie femmine correva spesso a dare una mano dove nasceva un bimbo, ma nel periodo che viveva con noi mi ero molto affezionata a lei. Era l’unica nonna, gli altri morti prima che io nascessi o quando ero così piccola da non conservare alcun ricordo di loro. Di lei invece sì, e soffrii molto quando morì. Ma se la sua morte rientrava nella logica della vita e dei suoi tempi, quella di Franco no. E fu per me la prima perdita.

La seconda amica che persi si chiamava Graziella, era stata mia compagna di banco a scuola dalla prima classe elementare fino alle superiori. Grandi amiche, condividevamo la passione per i romanzi di cappa e spada, Dumas in primis. Abitavamo piuttosto vicine, così che al rientro da scuola una accompagnava l’altra, ma non avendo terminato il discorso si riprendeva il cammino al contrario, in un via-vai interminabile…fino a che la fame ci faceva decidere a salutarci. Fino al pomeriggio, o al giorno dopo al più tardi, trascorrrendo spesso il pomeriggio a casa di una o dell’altra per studiare insieme. Poi lei prese la strada delle magistrali e andò a studiare in un’altra città, ma ci ritrovammo quando trovò lavoro nella scuola materna sotto casa dei miei genitori. Quando – ormai sposata e neo-mamma – venivo a trovarli, non mancavo mai di fermarmi a fare due chiacchiere con lei, che in cortile sorvegliava i suoi piccoli alunni.
Un giorno ricevo una telefonata da mia madre: Graziella è morta, era malata di leucemia! Se ne è andata in pochi mesi, giovane sposa anche lei.

Anni dopo sarebbe toccato ad Angela morire, là sull’Himalaya dove era andata a fare un trekking. Lei appassionata di arrampicate, compagna di sciate e passeggiate in montagna, nonché di serate in compagnia degli amici dello sci club. Ragazza infelice Angela, non compresa dalla famiglia che le prediligeva la sorella maggiore, assai più saggia e tranquilla, e il fratellino nato molti anni dopo, prediletto della famiglia. Lei piuttosto ribelle, vivace, alternativa, mordeva il freno per fare scelte sue che le venivano vietate dai genitori assai tradizionalisti. Non credo sia un caso se abbia scelto di restare là, fra quelle montagne maestose che amava tanto.

Con il matrimonio avevo lasciato la mia città d’origine e mi ero trasferita in Italia. Lì avevo cercato nuove amicizie, inizialmente erano le mamme di altri bambini con le quali ci si vedeva al parco giochi, all’asilo, nei negozi del quartiere. Avevamo in comune la maternità e la cura di quei piccoli esseri, ed era facile fare conoscenza tramite loro. Chissà perché però io finivo sempre per stringere amicizia con donne anche loro straniere, come me. Chi era in Italia perché il marito era stato assunto da una società, magari solo per un anno o poco più. Chi aveva scelto di trascorrere un periodo in quella nazione e vedere come si sarebbe trovato. Ma prima o poi tutte se ne andavano, e io restavo nuovamente senza amicizie.

Fu solo quando mi trasferii in Brianza dove avevamo deciso di fermarci – chissà forse per sempre! – acquistando casa, che riuscii a fare amicizie durature, alcune che durano tutt’ora. Altre si interuppero, come Roberta che tornò a gestire la farmacia del padre a Bergamo, o Monique che con il marito e i loro tre figli tornarono in Francia da dove provenivano. O Marika che si traferì a Monza, o Antonella a Desio, e altre ancora. Qualcuno di nuovo arrivava in paese, altre se ne andavano via, lontano.

Ma poi fui io che me ne andai, una volta i figli cresciuti e il marito scelto un’altra strada, scelsi di seguire la mia. E fu la Toscana, e lì nuove conoscenze e amicizie. Come Beate, la mia amica liutaia con la quale condividevo la passione per la musica e il cinema, che un bel giorno tornò in Germania. E più gli anni passavano più diventava difficile stringere nuove amicizie.

Su tutte però una persisteva. Con Liliana ci siamo conosciute giovanissime, 16 anni io quasi 18 lei. Un’amicizia che è durata oltre il tempo e le distanze, oltre i matrimoni e i figli, e che ancora oggi è forte come un tempo. Per me lei è la sorella che non ho avuto. So che posso contare su di lei per qualunque cosa, lei conosce tutti i miei segreti, e io conosco i suoi. Per molti anni siamo rimaste lontane, lei nella svizzera del nord, io in Italia, occupate a vivere le nostre rispettive vite fatte di figli e quotidianità, ma senza spezzare il filo che ci univa. Qualche lettera ogni tanto, qualche telefonata, una visita durante i viaggi in estate, bastava quello per ritrovarci come il giorno prima e riprendere il filo del discorso interrotto.
Negli ultimi anni, da quando sono tornata a vivere qua, ritrovandoci anche più libere perché abbiamo assolto i nostri compiti di mogli e madri, e anche i nipoti ormai non hanno più tanto bisogno di noi nonne, ecco che la nostra amicizia si è rinnovata con una frequentazione molto più assidua. Spesso è lei che viene mia ospite, ho la casa grande e qui lei ha vissuto alcuni anni, tornandoci sempre volentieri. Abbiamo fatto viaggi e vacanze insieme, solo noi due, godendoci molto la reciproca compagnia.
Poi…un giorno lei ha pensato bene di ritrovare un’amore di gioventù – interrotto quando è emigrata qua con sua madre, qua dove c’era lavoro e non si rischiava di morire di fare – e che all’improvviso si è riacceso. Così lei è partita, ha lasciato un marito freddo e anafettivo con il quale ormai non aveva più nulla da dire, le figlie ormai adulte e accasate, i nipoti grandi che seguono la propria strada, ed è tornata nei suoi luoghi di origine per capire se ricominciare quello che si era interrotto cinquant’anni fa con lui.

Lasciandomi qui nuovamente da sola.