Il telefono ha suonato, ho risposto, era l’infermiera: signora venga prima che può, suo padre se ne sta andando.

Mi sono precipitata, non prima di avvertire Marco e Al.

L’ho trovato a letto come sempre, con la mascherina dell’ossigeno sul volto. Respirava tranquillo con gli occhi chiusi, dormiva o così sembrava. Mi sono seduta accanto a lui, gli ho preso la mano, e ho respirato con lui, accanto a lui. Non gli toglievo gli occhi di dosso.
L’ho baciato, l’ho accarezzato, gli ho parlato, gli ho detto che gli volevo bene, che ero lì accanto a lui. Che non doveva avere paura di andarsene, che mamma lo aspettava, e che gli sarei rimasta accanto tutto il tempo, che non era solo.

Sono rimasta lì tranquilla accanto a lui. Mi tornavano in mente tanti momenti vissuti insieme, il mio papà quando suonava alle feste e cantava, rallegrando tutti; quando ci riprendeva con la cinepresa durante le gite o in vacanza, già con l’anima da regista che avrebbe sviluppato poi; ma anche il papà filosofo con il quale facevo lunghe conversazioni sulla vita; il papà brontolone che mi veniva a recuperare la sera al bar con gli amici, facendomi vergognare ma dentro di me orgogliosa del suo amore preoccupato. E tanti tanti altri momenti della sua lunga vita.

Ad un certo punto ha tirato un grande respiro… e poi basta, è rimasto immobile. Ho saputo che se ne era andato per sempre.